venerdì 3 luglio 2009

bosco di dimenticanze

il tuo mondo è puntellato
di briciole
che scappano di mano.
semi che cresceranno,
un bosco in potenza.
io raccolgo, formichina,
e di notte impasto il pane.

lunedì 29 giugno 2009

costruzioni

facciamo una casa di lego.
modulabile.
grande per contenere le idee,
i sogni e i nostri film.
piccola per stringerci,
quando una parete serve
per stare in piedi.
la segui col dito e trovi gli angoli,
l'uscita.

sarà così, né mia né tua,
uno spazio nuovo.
pieno.

lunedì 15 giugno 2009

Atlantico

la felicità fa capolino
da un angolo. non so cosa farne.
la rigiro tra le dita.
e mi vien voglia di tuffarmi nel tuo atlantico
con tutto il freddo che fa.

pescheremo insieme pesci strani,
quelli che vengono.
quelli ciechi dei fondali
e quelli che volano.
quelli col lumino, astuti predatori,
e quelli grandi,
che forse ci mangeranno.

lunedì 8 giugno 2009

Black out - Guccini

La luce è andata ancora via, ma la stufa è accesa e così sia,
a casa mia tu dormirai, ma quali sogni sognerai
con questa luna che spaccherà in due le mie risate e le ombre tue,
i miei cavalli ed i miei fanti, il tuo Hesse sordo ed i tuoi canti,
tutti i ghiaccioli appesi ai fili, tutti i miei giochi e i tuoi monili,
i campanili, i pazzi, i santi e l'allegria.

E non andrà il televisore, cosa faremo in queste ore?
Rumore attorno non si sente, giochiamo a immaginar la gente,
corriamo a fare gli incubi indiscreti, curiosi d' ozi e di segreti,
di quei pensieri quotidiani che a notte il sonno fa lontani
o che nel sogno sopra a un viso diventan urlo od un sorriso,
il paradiso, inferno, mani, l' odio e amore.

Avessi sette vite a mano in ogni casa entrerei piano
e mi farei fratello o amante, marito, figlio, re o brigante
o mendicante o giocatore, poeta, fabbro, Papa, agricoltore.
Ma ho questa vita e il mio destino, e ora cavalco l'appennino
e grido al buio più profondo la voglia che ho di stare al mondo:
in fondo è proprio un gran bel gioco a far l'amore tanto e non bere poco.

E questo buio, che sollievo, ci dona un altro medioevo,
io levo dall' oscurità tutta la nostra civiltà,
velocità di macchine a motore, follia di folla e di rumore
e metto ritmi più lontani, di bestie, legni, suoni umani,
odore d'olio e di candele, fruscìo di canapi e di vele,
il miele, il latte, i pani e il vino vero.

Ma chissà poi se erano quelli davvero tempi tanto belli
o caroselli che giriamo per l' incertezza che culliamo
in questa giostra di figure e suoni, di luci e schermi da illusioni,
di baracconi in bene o in male, di eterne fughe dal reale
che basta un po' d' oscurità per darci la serenità,
semplicità, sapore, sale e ritornelli.

Non voglio tante vite a mano, mi basta questa che viviamo,
comuni giorni intensi o pigri, gli specchi ambigui dei miei libri,
le tigri della fantasia, tristezza ed ottimismo ed ironia.
Ma quante chiacchiere stavolta, che confusione a ruota sciolta,
lo so che è un pezzo che parliamo, ma è tanto bello, non dormiamo,
beviamo ancora un po' di vino, che tanto tra due sorsi è già mattino.

Su sveglia e guardati d' attorno, sta già arrivando il nuovo giorno,
lo storno e il merlo son già in giro, non vorrai fare come il ghiro...
Non c'è black-out e tutto è ormai finito e il vecchio frigo è ripartito,
con i suoi toni rochi e tristi scatarra versi futuristi...
Lo so siam svegli ormai da allora, ma qualche cosa manca ancora...
finiamo in gloria amore mio che dopo, a giorno fatto, dormo anch'io...







mercoledì 27 maggio 2009

Fuoco

nel subbuglio delle lenzuola

cosa può

la chiarezza della passione?

è il fuoco blu perfetto del fornello,

che attira la mano,

quasi non bruciasse davvero.

o quello disordinato del camino,

che lancia lapilli

e colpisce a tradimento.


per discernere

si estingue.

è chiarezza davvero?

giovedì 14 maggio 2009

Vorrei

vorrei creare solo dolcezza,
riempire il mondo di torte. invece

piango a sproposito.


l'inverno ormai è finito, ma maggio

mi lascia senza fiato.

saranno i pollini, dicono.


metto i sandali e libero i piedi.

vorrei lasciare

la zavorra nelle scarpe.


vorrei passeggiare leggera

pedalare in volata

correre e sfiorare la terra.


vorrei che le impronte

fossero appena accennate


vorrei non lasciare niente

che possa crollare.


martedì 12 maggio 2009

El camino. ¿Quál?

Da ieri sera mi chiedo se esiste la "chiarezza della passione", come dice Espiazione.
Non l'ho ancora capito.
La passione, qualunque passione, aiuta a trovare la via o confonde?
Poi Machado, con la sua poesia, mi ha lasciato sola, con le stelle.


Caminante, son tus huellas
el camino, y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.
Al andar se hace camino,
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de pisar.
Caminante, no hay camino,
sino estelas en la mar.

Antonio Machado

giovedì 7 maggio 2009

Ironia

"Kissing seemed like getting into a train wreck. There was that much force. That much danger."

Promise not to tell, Jennifer McMahon

mercoledì 15 aprile 2009

Radici


Franco Battiato, E ti vengo a cercare

mercoledì 8 aprile 2009

Aprile

traballo sulla scala dell'amore
arranco, mentre ognuno
canta la nota di un assolo vuoto.

evito le pozzanghere ma
ha piovuto troppo.
il lago di sentimenti ha rotto
gli argini.
nuoto.

forse, infine, aprile sorride.

lavoro con le mani,
profumo di burro soffice,
ma è dura la tenerezza.
cuocio torta di rose, che fiorisce.


mercoledì 1 aprile 2009

Autopsia di un funerale

il prete benedice
e posa sull'altare,
vicino al calice,
il cellulare.
ascolto il familiare rito
che mi cava le parole di bocca
e schiude l'uscio al maleficio del dubbio.
il telecomando avvia la musica
e le mie lacrime insieme, a tempo.

lunedì 23 marzo 2009

Printemps: controindicazioni

Farfalle frullano
nella pancia
e franano le certezze.
Cadono come tegole
sbattute dal terremoto
e ti lasciano scoperta,
senza pelle.

sabato 21 marzo 2009

Supermercato

Una spesa veloce, quella che si fa sulla via di casa dopo il lavoro quando non si ha proprio più niente in casa per poter arrangiare una cena, è l'occasione.
Il luogo è un supermercato di quartiere, una Sma.
Tempo stimato per l'azione: 15 minuti al massimo, proprio una cosa rapida.
All'ingresso due donne parlano con un uomo, chiedo permesso ed entro. Una cassiera che passa di lì si infastidisce e in malo modo dice ai tre di levarsi dai piedi. Sono rom.
L'uomo se ne va, le due donne entrano.
Compro tre cose, vado alla cassa. La cassiera, la stessa dell'ingresso, mi dice, sgarbata, che lei è chiusa, di andare da un'altra. Rispondo che la luce del numero della cassa era accesa e per quello avevo pensato fosse aperta.
"E invece è chiusa, non vede? Cos'è, cieca? Sto contando i soldi, quindi si allontani."
"Sì, d'accordo, non c'è bisogno di agitarsi. Potrebbe essere un po' più gentile con i clienti. Anche prima sulla porta è stata sgarbata."
"Ma prima non ha visto chi erano quelli?"
"Sembravano persone."
"Va be', ma lei forse non li ha visti bene, oppure non vuol capire. Non sa chi sono quelli lì."

Desisto, in fondo non ho intenzione di litigare, voglio fare una cosa veloce e andare a casa. Mi metto in fila dietro una delle due donne che ho visto all'ingresso. Lei paga un pacchetto di wurstel. La cassiera intanto continua a borbottare chiamandomi maleducata e chiedendosi che cosa voglio dalla sua vita.
Lesto un armadio di ebano a due ante si para davanti alla donna col pacchetto di wurstel subito dopo la cassa. Le chiede di aprire la borsa. Lei rifiuta, si ribella, lui la strattona in malo modo cercando di prendere la borsa.
Sono arrabbiata, ho finito la dose di pazienza giornaliera che mi aiuta a non picchiare le persone intolleranti. Faccio per intervenire e per frappormi tra l'armadio a due ante e la donna dei wurstel. "E tu tornatene al tuo paese, negro di merda!"
Era la voce della donna dei wurstel. La donna rom che volevo difendere.
Mi gelo. Pago la mia spesa e me ne vado infinitamente triste.

venerdì 20 marzo 2009

Non v'è amore per la vita senza disperazione di vivere.

Albert Camus



Questa volta sembra proprio vero
che qualcosa sta cambiando
come fili di vento leggero
le nostre vite allo sbando

Come il caldo che scioglie l'inverno
quello che resta del giorno
ha un sapore diverso, diverso

Quando tu compari piano
sulla mia parete bianca
appena dipinta
da un'incatentevole mano

Come l'alba che abbaglia l'inverno
quel che resta del buio
ha un colore diverso, diverso

Questa volta non avrò paura di sbagliare ancora
tu mi dai la forza e quel senso della vita che non c'era
l'infinito immenso stava qui sospeso con il fiato in gola
ad aspettare fino adesso la nostra vita nuova

Ora parla al tuo compagno
e digli che l'amore spiega
le cose che la gente nega
le cose che tutti fanno

Come il caldo che scioglie l'inverno
quello che resta del giorno
ha un odore diverso, diverso

Questa volta non avrò paura di sbagliare ancora
tu mi dai la forza e quel senso della vita che non c'era
l'infinito immenso stava qui sospeso con il fiato in gola
ad aspettare fino adesso la nostra vita nuova

La nostra vita nuova
Max Gazzè

giovedì 19 marzo 2009

Castellaro Lagusello

3 agosto 2007

Castellaro Lagusello è Iride Luciano Orlandi, una signora di settantasei anni che ne dimostra almeno una decina di più.
È seduta sulla panchina di marmo dell'unica piazza del paese. Appoggiata al suo bastone, affronta il sole d'agosto con vestaglia, mantellina di lana e pantofole. Ha appena avuto un ictus "leggero", dice, è tornata in paese da due giorni dopo tre settimane di ospedale. È qui da sempre, ha lavorato nei campi per sessant'anni, ora vive con la pensione minima.
Abita sola, ha paura delle badanti. Sua sorella sta a qualche paese da qui, pochi chilometri, ma una distanza incolmabile senza l'auto o qualcuno che l'accompagni.
"All'ospedale ero felice, mi davano da mangiare. Tè la mattina, tè la sera. È tutto quello che volevo."
Però poi è stata un po' meglio e l'hanno rimandata a casa.
"Ma io non ho più voglia, non credo che durerò un altro anno."
I compaesani la salutano per dovere, si fermano a malapena, indaffarati nel nulla. Chiedono come sta e mi guardano col sospetto che si riserva a una sconosciuta seduta accanto alla vecchina.
Ci siamo scambiate i numeri di telefono e le ho fatto una fotografia. Era contenta, si è sentita bella. Dice che devo farne un libro, delle mie foto.



Non le ho mai telefonato. Domani ci provo.

mercoledì 18 marzo 2009

Printemps


Aria di prima vera,
ora reale. Fuori e dentro.
È venuto il momento,
di intrecciare parole come cesti
per contenere il nostro pane.

martedì 24 febbraio 2009

Finirà l'inverno

Stasera la mia casa è una lavanderia a gettoni, 
deserta.
Aspetto, stufa, 
che la centrifuga finisca.
Tron tron tron...
Poi appenderò i pensieri,
quando finirà l'inverno.

giovedì 11 settembre 2008

Il tour degli ex
Racconto

Questa volta è pronta. Il piano era stato studiato e ristudiato, e c’era anche quello di riserva. Ma era semplice, perché le cose semplici sono quelle che riescono meglio in questi casi.
Finalmente, dopo tre anni di braci sotto la cenere, poteva prendersi la sua vendetta.
Il treno stava per entrare in stazione, lui sarebbe stato in testa al binario, o forse con l’auto fuori sul piazzale, se non trovava parcheggio.
Ma il treno è in anticipo. Per la prima volta negli innumerevoli viaggi che l’hanno portata a Napoli, arriva in anticipo. Ovviamente lui non è al binario, e neanche fuori. Lei aspetta e intanto si riempie gli occhi di quel disordine che l’attrae. Guarda gli uomini che cercano un’occasione di lavoro o il pollo per una truffa, tanto per campare, e le donne che si scambiano i vestiti dei figli, già lisi da altri giochi. Il traffico, il parcheggiatore amico di tutti, la famiglia di Posillipo che torna da EuroDisney carica di souvenir, e il nonno che li viene a prendere con la station wagon e il cappello in testa, un po’ trafelato.
Poi arriva, su un’auto che lei non conosce. Aspettava la sua vecchia Uno scassata targata Bolzano, invece arriva su una Y10 scura, non proprio nuova. Scende e si abbracciano.
Ciao.
Ciao, che bello vederti. Sei arrivata in orario.
Poi lei mette la valigia nel bagagliaio senza farsi aiutare, come al solito. Si siede al posto del passeggero e il tempo collassa, i tre anni passati a ottocentoquaranta chilometri di distanza diventano una settimana al massimo. Ma l’importante è non perdere la testa. Il piano, ricordarsi del piano, niente sentimentalismi.
Non mi avevi detto dell’auto nuova.
Ma figurati, certo che te l’ho detto.
No.
Ora l’avrebbe portata a casa, avrebbe visto il famoso gatto che non conosce, e probabilmente le foto del matrimonio della sorella, a cui era stata invitata, sul tavolino del salotto vicino a quelle della nipotina. Avrebbe trovato le prove inconfutabili del tempo che era passato, insieme agli indizi di una familiarità per nulla distante.
Eccoci. Mamma non c’è, ma attenta al gatto, se esce sale fino all’ultimo piano come un fulmine.
Tutto come si aspettava, il gatto è grosso e rosso, le foto dove le aveva immaginate, un mobile nuovo per il computer. Il resto, tutto dov’era tre anni prima, quando è uscita dalla porta bianca per andare alla stazione, in lacrime, ma ancora convinta che tutto sarebbe andato bene.
Se hai bisogno di andare in bagno...
Sì.
Le pantofole per lei non ci sono più, così come il suo spazzolino da denti. Solo due ora nel bicchiere con il tubetto di dentifricio spremuto dalla metà. Non poteva credere veramente di trovarlo ancora lì. Niente sentimentalismi. Due giorni per attuare il piano, poi il treno e una nuova tappa, seicento chilometri più a nord.
Va bene, allora ci vediamo dopo, ciao. Ho chiamato Matteo, ci mangiamo una pizza con lui e Lucia stasera, così li saluti, ci vengono a prendere tra mezz’ora.
Bene.
Le fa vedere le foto della nipotina, e quelle della ragazza con cui esce. Lei guarda, immagina situazioni, storce il naso. Poi parlano un po’ del lavoro di lui, quello di lei, come vanno le cose a casa, cosa ha fatto e chi ha conosciuto a Roma. Intanto si preparano per uscire.

Al ritorno è ora. Si prepara a mettere in atto il piano. Parlano fitto, come facevano al telefono tempo prima. Di tutto. Lei non riesce a smettere, le sfuggono le parole senza volere: racconta come sta davvero.
Mi sento senza scheletro.
E lui non capisce. Lei si rende conto che sono su due zolle diverse, non c’è più quel ponte che percorrevano di notte in bilico sul filo del telefono con un sorriso e un bacio.
Il piano non serve più, la vendetta è diventata inutile. Tutto si è sfilacciato e ha perso colore. I tre anni ripiombano tra loro con altrettanti tonfi sordi.
Certo, è chiaro, ma devi tirarti un po’ su. Se fai così non migliorerà mai niente. Dipende solo da te.
Il resto del tempo lei lo passa a chiedersi che cosa è cambiato. Lui non si è accorto di nulla, non ha percepito il crollo, crede ancora di essere in contatto. Invece è la deriva.
Arriva anche il momento di riprendere il treno. Un po’ le spiace per quel piano perfetto, e quello di riserva, sprecati. Si abbracciano e parte, una incrinatura in più dove prima c’era rabbia.

Il viaggio per Bologna è lento, il treno pieno di uomini d’affari veneti con un forte accento, cravatte accecanti o maglioni attillati. Il ritardo si accumula come granellini di sabbia.
Alla fine, ecco la stazione di passaggio, con la sua ferita come una bandiera. Va nell’atrio tra le due pareti di bigliettai e aspetta. Lui arriva ma è troppo tardi per l’autobus. Si abbracciano impacciati e camminano, la valigia segue con le ruote un po’ troppo rumorose sui sampietrini.
Con lui lo spazio è vuoto, non c’è aria che possa portare le parole da una bocca a un orecchio. Solo la carne riesce a dirsi qualcosa.
Vuoi andare a casa o a cena?
Come vuoi.
Meglio a cena allora, siamo di strada.
Le mani si cercano sul tavolo dell’osteria, con la bottiglia di rosso quasi finita. Arriva il turno degli occhi, delle labbra. Le dita si tengono, la valigia ricomincia a far rumore verso casa.
La notte si fa piccola nel letto a una piazza, da studente. I corpi dialogano a lungo, ma il mattino ruba gli strumenti.
Sono stato molto bene.
Anche io. Ora devo andare, perdo il treno.
Una doccia, niente caffè, e di nuovo valigia e stazione. Questa volta verso casa.
Ci sentiamo presto. Magari passo, a Natale.

venerdì 23 maggio 2008

Le parole per dirti


Le parole per dirti non servono.

Mi si accartocciano

in bocca come fogli sbagliati.

E graffiano dentro,

sanguinano le gengive strette

a tenere quello che vuole uscire.

Sono lucertole, bianche e cieche,

che sbattono nella muraglia

dei denti.

La confidenza le fa ciottoli di fiume,

pietre angolari o ghiaia.

Tutte rotolano, con diverso peso,

verso le onde.

Ai germogli covati nelle mani

manca il calore buio

della tua terra stanca.

Seccano

nell'offerta.


giovedì 22 maggio 2008

Dal fondo del pozzo


In fondo agli abissi, antichi splendori di un mondo sommerso da migliaia di anni.
Stupidamente ho temuto l'immensa e spietata bellezza, la profondità dei tuoi occhi.

Il sorriso di Atlantide, Carmen Consoli

Troverò i gradini.
Mi arrampicherò piano fino alla bocca del pozzo.
Uscirò e ti guarderò negli occhi, prima di chiamarti per nome.